Fùtb(a)ol

I convenevoli sono pochi. Meno male. La cosa più antipatica di certe manifestazioni sono i discorsi introduttivi. Lunghi. Lunghi come un caffè uscito male. Il pericolo di sbrodolarsi e autocompiacersi in mille rivoli di parole inutili lo evitiamo tutti, dal giudice al direttore del carcere, Trazione y tambièn Baol. Pure l’assessora, che a noi non ci nomina neanche nel suo discorso. Quasi a prendere le distanze. Peccato. Sarà stata la nostra stella rossa. E questo un po’ dispiace, ma ce l’aspettavamo. Solo che non parlando del Kollettivo dimentica anche tutti i ragazzi che hanno partecipato al concorso e i detenuti e tutti quelli che hanno lavorato, sponda carcere compresa, per questa ennesima avventura collettiva, che voleva essere uno stimolo per quelli che stanno fuori e una possibilità per quelli che stanno dentro. Scusassero se è poco.

Subito dopo si parte col video di Trazione, cura e opera di Tonio di Bitonto. Il carcere è un sistema nel sistema, Un mondo a parte, come quel film di fine anni ‘80. Il carcere è un sistema che ha dei codici propri, diversi da quelli che si usano fuori, ogni giorno e ogni sera. Lì, anche quando la platea dei detenuti è seduta nel piccolo teatro che ospita i nostri incontri, vigono regole, regole che non si trovano scritte da nessuna parte, ma che si seguono e basta. Chi siede vicino a chi, chi siede dietro da solo e perchè, chi ti getta lo sguardo addosso solo appena entri, ti fissa per minuti 5 di fila e poi rivolge i suoi pensieri e i suoi occhi altrove, quasi a delineare gerarchie, ruoli, responsabilità. Tutto ha un significato, un senso, una funzione. Si deve solo imparare a leggere dietro quello che si vede. Se riesci a farlo di rimando ti guadagni il rispetto. Parlo di rispetto vero, quello depurato di ogni fronzolo costruito ad arte, che cade al primo soffio di vento come sono caduti i palazzi a l’Aquila. Ma quella è un’altra storia. Una storia di politica e appalti truccati, palazzinari e cementificazione selvaggia e di bisiniss, gli affari pronunciati in stretto anglo-abruzzese, di case ferite a morte e vite crollate.

Tonio è uno di quelli che questi codici li ha capiti al volo. Schietto e veloce. Naturale e sincero. Nel video ci sono tutti gli scrittori a trazione anteriore, poi Michele, Roberta e anche io nella nostra auletta universitaria. Dopo, si entra nel vivo della serata. Parlano Ivan Cotroneo e Carlo D’Amicis, Michele sembra il lindor, mostra una scioglievolezza che quasi stenti a crederci. Roberta è la solita Roberta. Grazieaddio. Materna e complice. Lei non conosce tensioni. I problemi tecnici si superano prima ancora di essere presi in considerazione. Tanto noi siamo sempre più forti di loro. Questa è tra le cosa più belle che mi ha insegnato involontariamente. Ecco perché ogni tanto mi rifugio in lei, come fosse una grotta del Gargano.

Sullo schermo grande appare Anilda Ibrahimi, in collegamento skype da Roma, scrittrice albanese che scrive in italiano. E’ lei la vincitrice di Trazione 2009. Ho regalato il suo libro a Perilla. L’ha letto in Portogallo. "Gostei muito!", mi ha detto in portoghese! “Rosso come una sposa è una storia che racchiude altre storie, un viaggio attraverso un’Albania in trasformazione, tra i grandi cambiamenti di un secolo e le piccole cose che appartengono ad ogni tempo”, ha aggiunto in italiano. Prima di Anilda qualcuno incautamente aveva innescato le sorprese preparate per Baol, rischiando di mandare a monte tutto e il contrario di tutto. Ma evidentemente lassù qualcuno ci ama e i nomi dei vincitori restano ancora un mistero invalicabile e minato. La nostra insormontabile fiducia zen fa il resto.

Ora sì, sì, che tocca a noi. Enza Moscaritolo annuncia che il momento di Baol è arrivato. Si va in scena. Nei giorni precedenti quando si metteva a punto la scaletta della serata finale avevamo detto sì a tutto. Ma proprio a tutto. Tanto lo sapevamo che non avremmo rispettato nulla. E infatti. Certe volte è una ricchezza essere irrimediabilmente pazzi. “La beatitudine della follia”, diceva Alda Merini. Lei non c’è più, le sue parole sono qui.

Partiamo subito con una sorpresa. Senza dare spiegazione alcuna Roberta e Piero leggono alcuni frammenti in ordine sparso dei racconti di Baol. I brani sono diversi l’uno dall’altro sia per la forma che per il tema. Alcuni parlano di amori impossibili finiti ancora prima di cominciare, altri sono ambientati a Foggia, una città che certe volte ti esclude quasi fossi un ospite scomodo, altri ancora parlano di lavoro, anzi di contratti a tempo, a progetto o coordinati. Tanti nomi, ma la traduzione in lingua corrente è la stessa, sempre, da anni, PRE-CA-RIA-TO. Dalle manifestazioni nelle piazze di Roma, a cui come Kollettivo abbiamo sempre risposto presente, al tema del concorso, c’è lo spazio di un fischio. Lo abbiamo ripreso dal libro di Desiati, crudele e disincantato allo stesso tempo. I brani che leggono Piero e Jar sembrano colpi pazzi sparati all’improvviso, due pistole che rispondono l’una al fuoco dell’altra. Piero e Roberta sono i pistoleri, le pistole sono le parole degli scrittori di Capitanata. Manca un sottofondo musicale, ma veramente è stato impossibile prepararlo. Da buoni artigiani riusciamo a costruire un momento significativo ed emozionante. Lo si vede dagli occhi di chi riconosce le parole che ha scritto che ora appartengono anche ai presenti. E’ tutto loro questo momento e tutto l’oro che ci abbiamo lo teniamo custodito qui, questa sera, nel caveau-auditorium della Biblioteca.

Poi si passa alla premiazione. Tocca alla moleskine nera. E se vogliamo anche questa è una citazione letteraria, tanto quanto Benni e Desiati. La serata cola via a quarti d’ora, uno dopo l’altro. Il kit di Baol è pronto. Maglia, spilla e libro. Questo tanto per cominciare. E’ il turno dei vincitori. Giorgia, Francesco e Davide. A premiarli ci pensano Michele, Carlo D’amicis e Ivan Cotroneo, i nostri scrittori-supporter. Senza che avessimo chiesto nulla, sono loro a spendere le parole più belle sentite per il nostro Baol, spontanee e secche, dirette, leali. Difendono il nostro concorso e la sua magia, il Kollettivo tutto e l’impegno che ci abbiamo messo. E questo vale più di una pacca sulla spalla, lava via tutta quella fungaia soffocante e ingarbugliata di tensioni che abbiamo passato. Non per colpa nostra, però. Le parole loro non sono scontate né tanto meno dovute. Semplicemente, sono VOLUTE!

Questa terra oggi proprio ce la sentiamo nostra. Come tutta nostra è questa idea di Baol, da dove nasce a quando muore, dal blog, benedetto blog, al gruppo su feis, dalla grafica dei manifesti all’immagine coordinata tra magliette, spille e tutto il resto, dagli scazzi tra di noi per come poteva andare alla soddisfazione per come è andata, fino ai sapienti colpi di cucito dati per aggiustare, rammendare, ricomporre certi inconvenienti sdruciti come un vecchio abito. “Io abito qui”, mi verrebbe da dire, “e sta terra è così che la vorrei”. Senza lacrime che colano addosso e piagnistei, senza l’anatema degli integerrimi che sale alto solo quando sfregiano il Gargano col fuoco l’estate o quando ci si ammazza in piazza perché il puzzo della mal’aria fa veramente schifo e imbastardisce.

Alla fine pollice su play per il video “Fùtbol”. Questo è cura nostra, di Baol. Luci spente. La musica frenetica dei Mano Negra, “Santa Maradona”, le immagini a stento le stanno dietro. Sono le foto della macchina di Gianni Pipoli, a proposito grazie per avercele pure stampate, della partita tra il Kollettivo e i detenuti che scorrendo velocemente custodiscono la nostra idea di carcere sostenibile e forse sfrachinano le coscienze di chi non vuole vedere. Oggi piove. La mena di brutto. Quel giorno no e la partita non è saltata. Quel giorno non contavano le triangolazioni veloci, le giocate fantastiche che hanno nome di donna, veronica, o riprese dal gergo della danza, doppio passo, e neanche quelle altre che sembrano infrastrutture da lavori pubblici, senza gara d’appalto, i tunnel. No, non conta quello neanche adesso. Quello che conta sono i detenuti che stavano già uscendo dalla sala e appena parte il video si risiedono e si rivedono in pantaloncini e magliette a rincorrere il pallone e gli avversari, che poi saremmo noi.

The end.

Le luci sono già spente. Raccogliamo tutti i pezzi e ce ne usciamo. Ci resta la certezza del sapere che le cose ce le possiamo anche costruire da soli, come le storie impresse nei racconti entrati in concorso, ambiziose e sognanti.  


Sergio Colavita








10 Commenti
  1. Anonimo Says:

    ..bravi ragazzi..avete dimostrato che quello che fate lo fate perchè proprio a stare con le mani in mano non ci riuscite, e che si può riuscire ancora a credere in qualcosa. Io ho partecipato, non ho vinto, però quella sera è stata una bella serata. L'anno prossimo io ripartecipo..Ciao


  2. Anonimo Says:

    che belle parole!!!! Una bellissima iniziativa, una grande passione comune e tanta tanta forza di volontà! Complimenti a voi!! Ciaaao :)


  3. Anonimo Says:

    Sergio... meno male che hai iniziato col dire

    "La cosa più antipatica di certe manifestazioni sono i discorsi introduttivi. Lunghi. Lunghi come un caffè uscito male..."

    ...Cambia caffettiera allora!

    Patricia


  4. Anonimo Says:

    ..ma perchè non cercate di fare un libro con questi racconti, almeno sarebbe un risultato pratico di tutta questa iniziativa..per l'anno prossimo c'è un modo per entrare con voi di Baol in carcere per le presentazioni dei libri?
    Ah dimenticavo di farvi i complimenti, scrivo ogni tanto per i fatti mieie, però per il vostro concorso mi ci sono messa d'impegno e per me il fatto stesso di aver scritto un racconto mio e averlo mandato per un concorso letterario è già un piccolo traguardo..

    Daniela


  5. Anonimo Says:

    Ciao, non vi conoscevo ma volevo dirvi che faccio il tifo per voi del kollettivo e per tutti i ragazzi che hanno scritto.

    Un giorno ho discusso con dei ragazzi di area nuova che strappavano i vostri manifesti nella facoltà di Giurisprudenza che io frequento. Siccome a me sembrava una gran bella iniziativa ho chiesto perchè facevano così. Mi hanno risposto che a giurisprudenza stanno solo loro e il kollettivo non può entrare, che siete sporchi e non vi lavate.

    Non so se siete come a volte vi descrivono però mi piacerebbe sapere se qualcuno di quelli che hanno vinto se la fa con loro. Questo per dire che magari qualcuno che è vicino alle altre associazioni universitarie non ha partecipato solo perchè non ha fatto in tempo a vedere il manifesto prima che lo strappassero.

    Comunque io c'ero la sera finale e mi è piaciuto tantissimo anche il video della partita. Ma eravate mischiati insieme ai detenuti? Non c'è un modo per rivederlo?

    F. di giurisprudentia


  6. Anonimo Says:

    Aspettando la pubblicazione dei racconti sul sito...


  7. Anonimo Says:

    Ordunque volevo dire a "F. di giurisprudentia" che proprio quella sera mi ero fatta la doccia apposta apposta sperando di fare colpo su un bel giovanotto di areanuova.
    Il problema è che quando sono entrato nella biblioteca tutte le mie amiche del kollettivo mi hanno detto "Oh ma che ti sei impazzita? Che è sta puzza di pulito?!?", e così sono scesa per strada ho fatto 238 volte il giro del quartiere, sono sudata, mi sono impuzzonita bella bella e sono tornata nei miei panni di zozzona nel mio habitat naturale alla conquista di ragazzi sporcaccioni come me.
    Viva il Kollettivo e viva Baol!
    Auuuuu... è legge della giungla!

    Carla Igienica


  8. Anonimo Says:

    Penso che tutto ciò stia rovinando un bel sito dove è bello parlare di libri, di emozioni e di iniziative come questa.


  9. Anonimo Says:

    io aspetto sempre come di leggerli, questi racconti...


  10. Frankie Says:

    Gran bella serata. Un modo per fare cultura, per far crescere la città.
    Anche se c'è ancora chi dice "siete sporchi, non vi lavate...", e rappresenta anche degli studenti universitari.
    Siamo messi maluccio.
    Meno male che il muro di Berlino è caduto 20 anni fa.
    Sveglia.


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